Revolutionary Road
lug 30th, 2009 | scritto da Barabba Marlin | pubblicato in: Cinema
Il cinema è una bestia strana, un animale che va in letargo d’estate. In realtà d’estate si fermano solo le prime visioni, ma alcune sale rimangono attive, o si trasferiscono all’aperto nelle arene, ed è possibile rivedere pellicole della stagione appena passata a prezzi (scusate la venalità) a volte inferiori a quelli del homevideo.
Tra i film da riproiettare sicuramente si guadagna un posto Revolutionary Road, grazie al quale Kate Winslet ha vinto il Golden Globe 2009 come miglior interprete femminile (la pellicola si fregia anche di varie nomination oltre che ai Golden Globe, anche agli Oscar 2009). La cosa più interessante del film è l’omaggio che il regista, Sam Mendes, fa a se stesso; esattamente dieci anni dopo il suo esordio cinematografico, con quello che è anche il suo film più riuscito, il regista porta indietro l’orologio per affrontare le stesse tematiche di American Beauty nell’America degli anni cinquanta. L’autocitazione diventa chiara soprattutto nella musica finale, in cui Thomas Newman ripropone le stesse atmosfere sonore del film che ha fatto schizzare le quotazioni (e immagino anche i compensi, e riscusate la venalità) di Kevin Spacey.
Frank (Leonardo Di Caprio) e April (Kate Winslet) sono una giovane coppia, lei vuole fare l’attrice ma il sogno dura poco, mentre lui… lui non lo sa, sente che vorrebbe fare qualcosa ma non sa bene cosa, intanto va a lavorare per la Nox, azienda per la quale aveva fatto il venditore anche il padre. E’ un lavoro che odia, ma con il quale può pagare una bella casa in Revolutionary Road in cui vivere con la bella mogliettina e i due bambini, forse arrivati troppo presto. L’insoddisfazione per quella vita spinge April a pensare a un piano, a una svolta delle loro vite, appunto una strada rivoluzionaria: mollare tutto e trasferirsi a Parigi. La cosa confonde Frank, ma in un primo momento accetta, intanto le cose al lavoro vanno sempre meglio, gli amici rimangono perplessi dal loro piano, e Frank comincia a realizzare che la proposta della moglie ha in sé qualcosa di insano…
Il tema del sogno in salsa barbecue, l’ambizione e la pretesa borghese di diventare qualcuno a qualunque costo, è espressamente dichiarato addirittura prima dei titoli di testa, con l’incontro tra April e Frank poco più che adolescenti. Ma il tema della realizzazione personale si rivela in realtà un espediente per sondare la psicologia di April, che è la vera protagonista del film. La storia è scritta con mestiere, anche se votata a un interesse estremo, quasi voyeuristico, verso le microdinamiche emozionali della coppia, che avrebbe giovato di qualche discussione-fiume in meno e qualche contestualizzazione in più, ad esempio i due figli sono delle entità fantasma, si fa riferimento a loro raramente e li si vede ancora meno, ed è alquanto curioso se si considera che il resto delle scene è scritto per mostrare gli organi interni della relazione fra Frank e April. Ma a parte questo vizio di sceneggiatura, come il già citato American Beauty, la storia accompagna per mano lo spettatore a riflettere sulla società e sulla cultura americana; April non è solo April, è una donna americana, è una donna che cova il senso di frustrazione per non aver fatto della propria vita quello che voleva, è una donna che si risveglia dal sogno americano, è una donna che vive in un paese che, nonostante le apparenze, è profondamente maschilista. La regia è asciutta, Mendes non ci concede i fuochi d’artificio di American Beauty o il ritmo di Jarhead, ma neanche la rarefazione di Era mio padre. Sulla prova interpretativa della Winslet si è già accennato col riconoscimento dei pre-oscar noti come Golden Globe, ma interessante è anche Leonardo Di Caprio, che mai come in questo film, sembra perdere (o cominciare a perdere) quei lineamenti da bambino angelico che lo hanno caratterizzato finora, auguro vivamente a Di Caprio di diventare un orrendo quarantenne, dal punto di vista fisico intendo, e non per invidia, ma perché solo allora potrà dimostrare tutto il suo talento senza che aleggi sulle sue prestazioni il dubbio che sia solo un bel ragazzo.

















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